Di stanze - Copertina - Luciano Lombardi

Di stanze

Libro di narrativa con raccolta di racconti originali

Di stanze - Copertina - Luciano Lombardi di Luciano Lombardi

“Se non esistessero le stelle,
il cielo non sarebbe cosi’ romantico di notte
e i nostri occhi non saprebbero dove cercare
il sentiero che conduce ai sogni.
Senza di questi, l’uomo non avrebbe mai imparato a volare;
non sarebbero mai state scritte le favole…
e noi, non ci saremmo mai incontrati.”

Presentazione e intervista di I. Petri

1. Questo libro ha un titolo molto interessante; e’ un gioco di parole “Di stanze”. Come ti e’ venuto in mente il titolo?

L’idea del titolo e’ nata dal desiderio di voler racchiudere in due parole un tema ricorrente nei racconti del libro, e cioe’ quello della lontananza che spesso viene a crearsi tra le persone, non soltanto dal punto di vista fisico.

2. Sono i primi racconti che hai pubblicato come autore?

Diciamo che e’ stata la mia prima esperienza di questo tipo anche se mi e’ sempre piaciuto scrivere, fin dai tempi della scuola media, quando spesso il professore di lettere leggeva i miei racconti a tutta la classe con grande divertimento di tutti.

3. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

E’ stato un esperimento, un “capriccio” che mi sono voluto concedere: volevo raccogliere insieme pagine scritte in diversi momenti della mia vita e che potessero parlare di me senza che fossi io a farlo in prima persona. Se e’ vero che in molti casi si scrive per se stessi, credo anche che ad un certo punto si senta la necessita’ di condividere i propri pensieri anche con altri. In questo piccolo lavoro ho voluto mettere a fuoco due temi a me molto cari, presentandoli dal mio punto di vista: l’amore e l’amicizia. Ecco, se qualcuno mi chiedesse di descrivere questi due sentimenti, probabilmente la risposta migliore la troverebbe leggendo questi miei scritti.

4. C’e’ tanta poesia fra questi racconti – l’hai scritta mentre scrivevi il libro, oppure l’hai inserita dopo?

Intanto ti ringrazio per averla definita “poesia”: in realta’ in molti casi si tratta di spunti ed idee preesistenti che ho voluto impiegare come “ponte” tra una fase e l’altra dei vari racconti. In altre circostanze, invece, ho preferito usare la forma “poetica” invece della prosa per esprimere certi pensieri in maniera piu’ incisiva.

5. Da dove hai preso ispirazione per creare i personaggi nel primo racconto; i nomi riflettono in qualche modo il carattere dei personaggi, o sono stati scelti con un’altra intenzione?

Anche se qualche spunto e’ stato preso dalla realta’ di qualche esperienza vissuta, nel primo racconto ho voluto giocare molto con la fantasia: e’ stato davvero semplice assecondare la liberta’ creativa e man mano che la storia prendeva forma sembrava quasi di raccontare qualcosa di realmente accaduto.
La figura di Principe, oltre a rappresentare il protagonista maschile della storia, voleva essere al tempo stesso il ritratto di un modello di gentilezza e nobilta’ che ho assimilato nel corso degli anni, specialmente con riferimento al periodo del romanticismo. In qualche modo volevo far rivivere un personaggio che, al contrario della moda dei tempi in cui ci troviamo, potesse dare voce a quei modi cortesi che probabilmente stiamo perdendo di vista.

6. Pensi che questi racconti rispecchiano un po’ le tue esperienze vitali oppure hai voluto creare una certa distanza tra te come autore ed il testo?

Ci sono senz’altro riferimenti a reali esperienze di vita che spesso costituiscono degli interessanti spunti per sviluppare una storia. Nel caso dell’ultimo racconto invece, “Dedicato alla mia migliore amica”, si tratta di un vero e proprio diario che risale ai tempi dell’universita’.

7. Pensi che la fine di un racconto d’amore, soprattutto triste, possa avere un effetto piu’ forte sui tuoi lettori?

Credo che l’effetto dipenda dalle esperienze vissute da chi legge: se ci si identifica con i personaggi o i fatti narrati, il coinvolgimento e’ maggiore.

8. Qual e’ il messaggio generale/centrale che hai voluto trasmettere attraverso le poesie, le lettere, ed i rapporti che hai messo davanti al lettore?

Senz’altro ho voluto sottolineare l’importanza dei sogni, cosi’ come riassunto nei versi introduttivi: i sogni ci permettono di muoverci verso la meta che inseguiamo; ci regalano un’altra faccia della realta’.

Di stanze - Luciano Lombardi

Dedicato alla mia migliore amica

Dedicato alla mia migliore amica

Luciano Lombardi

Aprile 1992

Dopo quattro giorni dall’arrivo della primavera, sei sbocciata tu: ed ora, con lei, nello splendore dei fiori, torni per sempre nel luogo dei ricordi.
Di questi tempi, qualche anno fa, assaporavamo l’ebbrezza delle prime gite scolastiche, quando il giorno e la notte si confondevano e noi credevamo di essere gia’ grandi. Era il periodo del liceo.

Quanto inchiostro ci vorrebbe per narrare un solo momento vissuto con te: dal primo giorno di scuola, quando ti scambiai per un ragazzo, all’istante in cui ho lasciato per sempre la tua mano fredda nel letto dell’ospedale. Quante persone hanno perso la testa per te e quante, come me, hanno dovuto faticare per conquistarti.
Ai tempi del ginnasio ci divideva una sciocca barriera di equivoci che io cercavo di abbattere con “continue ed irragionevoli frecciatine” come diceva una tua cartolina. E anche tu replicavi con uno “scusa se esisto”. A complicare le cose ci penso’ l’estate con due materie da “riparare”. Com’era brutto il mese di agosto trascorso nel deserto romano aspettando il nuovo anno scolastico. Dovevi vedere la mia faccia quando tu tornasti dalle vacanze estive raggiante ed abbronzata, e venendo verso di me a braccia aperte, abbracciasti le altre compagne di classe.
Pochi mesi dopo arrivo’ la gita in Grecia. Quanto ho sognato fino alla vigilia, quanta emozione scaturita da un’infinita attesa.
Ed il primo giorno, credevo fosse l’ultimo: durante il viaggio in pullman, immerso tra tanti compagni, mi smarrivo in una gelida solitudine che speravo tu potessi lenire. Ti vedevo scherzare e ridere, ma non con me che stavo con gli occhi appoggiati al vetro. Tu hai sempre evitato la pigrizia: ecco perche’ spesso non ti accorgevi di me e solo adesso lo capisco. Mentre io lasciavo scorrere il tempo, tu lo anticipavi.
Giunse la sera: attendevamo l’imbarco scrutando di lontano la nave ancorata che, come un presepio luminoso, galleggiava sotto una coltre arancione tendente all’azzurro via via che lo sguardo si perdeva all’orizzonte.
Devo essermi svegliato dal torpore quando ci siamo trovati, soli, tu ed io, a sfidare la brezza marina sul ponte della nave, guidata dalla luna e dai nostri mille interrogativi. Mi sembrava davvero di trasumanare mentre lasciavamo dietro di noi, insieme con la scia bianca, anche il ricordo di quei momenti gia’ passati.
Qualche ora piu’ tardi, mi chiedesti di accompagnarti a mangiare qualcosa alla mensa di bordo: che coraggio abbiamo avuto nel consumare quel piatto di pure’ che sapeva di medicina; ma ti assicuro che ne avrei mangiato ancora molto pur di restare a discorrere con te. Infatti stavo scoprendo che quel tuo caratterino particolare celava nell’intimo una forte personalita’ ed un’inestimabile ricchezza d’animo che ha avuto modo di manifestarsi in un lungo pianto a dirotto quando, ad Atene, per un’ennesima serie di equivoci, ci trovammo schierati, ragazzi contro ragazze, colpiti da un’eccessiva dose di gelosia…
Avevo sbagliato un’altra volta: e quella sera, oltre che per causa mia, piangesti anche per me, palesandomi l’affetto nella maniera piu’ sincera ed inequivocabile.
Dopo la dovuta riconciliazione, in una passeggiata notturna tu rivolgevi l’attenzione a chi ti parlava delle stelle e delle meraviglie del cielo; e quando anche io avrei voluto inserirmi nella conversazione, notai che la mia presenza era tanto inavvertita quanto inopportuna. Tant’e’ che appena decisi di ritirarmi nella stanza dell’albergo, nessuno mi noto’. Avrei voluto dissolvermi, allontanarmi o diventare una di quelle stelle che si riflettevano nei tuoi occhi. Mi mettesti alla prova un’altra volta ed io fuggii nella mia nirvanica solitudine. Fu allora che scoprii cio’ che tu definivi la “voluptas dolendi”, quella piacevole sensazione di mestizia che si prova nel baratro del pessimismo.
Mi distesi sul letto, le mani incrociate dietro la testa. Guardavo il soffitto, ascoltavo quell’assordante silenzio interrotto di tanto in tanto dai passi di qualcuno che saliva le scale. Trattenevo il respiro quando mi pareva che fossero diretti alla mia porta. Mi domandavo come mai durante una gita scolastica, si potesse provare tanta tristezza e, fra tanti amici, tanta solitudine.
Piu’ del Partenone ricordo il viaggio di ritorno, quando ad un tratto, sul pullman, ti sedesti al mio fianco. Dormivano quasi tutti: tu mi offristi meta’ del tuo panino con la mortadella vecchio di una settimana.
Calo’ anche l’ultima sera. Sull’autostrada, guardavamo nel buio le ombre degli alberi e i lumi di casette solitarie che fuggivano alle nostre spalle. Attendevamo l’uscita per Cassino dove ti aspettava tuo padre con la macchina per portarti a Itri.
E cosi’ rimasi solo, col sedile vuoto, le briciole e la tua immagine riflessa nel finestrino. Senza chiedere permesso, al tuo posto si accomodo’ la tristezza.

Quando varcammo la soglia del liceo, la stima reciproca alimentava con ardore la nostra affinita’ tenuta segretamente in embrione. D’altra parte, in quel periodo, alcuni compagni di classe ti avevano un po’ esclusa relegandoti in quella tua misteriosa presenza assente. Al penultimo banco, silenziosa come non mai, eri attenta solo alle cose scolastiche: tuttavia con me ti mostravi disponibile e la mia compagnia non ti dispiaceva. Anzi, mi sembrava di essere per te motivo di sollievo e rifugio per le tue apprensioni…
Il primo liceo con la sua opaca gita in Francia, passo’ quasi inosservato, senza infamia ne’ lode.

A Francesca

A Francesca

Luciano Lombardi

Sabato 25 aprile 1992

A Francesca

In punta di piedi, in questo tuo passo di addio, abbandoni per sempre il palco della vita effimera e i riflettori declinano in una lunga linea piatta senza variazioni.

Quella goccia lenta, un polmone di illusioni, cadendo dietro il vetro, ha riempito col vuoto i nostri cuori.

Il tempo di spegnere ventuno candeline, e gia’ appendi le scarpette al muro.

Proprio tu, che avevi tanta fame di vita, ora appari sazia; tu che di ogni attimo facevi un’eternita’ …

Forse lo spettro della vecchiaia mai avrebbe intaccato la tua bellezza e la leggiadra dolcezza.

Ovunque hai lasciato un segno: tra i banchi di scuola, quando piangevi per gli insuccessi altrui, quando ci incantavi per amicizia o per amore, se correvi dietro a un pallone come un “maschiaccio”, quando ridevi per un po’ di birra in piu’ o se scoprivi di aver scattato fotografie senza rullino, quando ti inquietavi per la nostra pigrizia, quando aspettavamo la maturita’ tra versioni di greco ed esercizi al pianoforte …

Ed ora chi curera’ il tuo pesciolino rosso sbiadito? Chi ci portera’ in pizzeria e a spasso con la “Cinquecento”? Chi ci invitera’ al mare il 1° maggio? Chi si arrabbiera’ se gli amici arrivano tardi al tuo compleanno? Chi filmera’ i nostri cento e mille giorni? Chi si innamorera’ di una mamma tanto buona quanto fortunata?

Forse siamo egoisti: vorremmo che tu ci appartenessi per sempre mentre non ci accorgiamo che sei una creatura eletta di un mondo superiore e che il tuo brevissimo viaggio mirava a rammentarci la caducita’ di ogni essere, anche il piu’ forte.

Grazie per essere stata con noi, grazie per averci insegnato ad amare questa vita, grazie per i sorrisi quando eravamo tristi, grazie per le parole quando eravamo soli, grazie per la mano che tendevi quando precipitavamo, grazie per aver prodigato l’affetto a chi ti ha un po’ trascurata. Grazie, Francesca, per aver scelto noi quali amici preferiti.

Un anno alla radio

Un anno alla radio

di Luciano Lombardi

Roma – 1994

Cap. I

Pochi giorni prima di iniziare il servizio civile, avevo gia’ preso possesso del mio nuovo ambiente, tanto entusiasmante quanto inaspettato: la radio. Assaporavo gia’ l’idea di un anno da trascorrere e spendere in maniera gratificante e coinvolgente, ma nulla mi faceva immaginare le sorprese che avrebbero caratterizzato i miei giorni, e la ricchezza che avrei trovato grazie all’affetto e la stima di tante persone…
Persone nuove e vecchi amici. Questi ultimi hanno voluto salutarmi con una festa a sorpresa al mio ritorno a casa, la sera prima della “partenza”.
Mercoledi’ 19 maggio, alle 9.00 ero gia’ in Via Marselli per entrare ufficialmente in servizio e per sbrigare le solite e noiose procedure burocratiche. In breve tempo mi sono trovato immerso in un clima di ambientamento non difficile e senza accorgermene avevo gia’ iniziato a registrare i primi radio-giornali, mentre giugno si preparava all’estate ormai imminente.
E’ stato Angelo, il mio collega e amico ad instradarmi e farmi sentire presto un nuovo membro della grande famiglia radiofonica: e con lui ho trovato subito la “sintonia” giusta, dato che entrambi siamo dotati di una buona dose di fantasia. Proprio quest’ultima si e’ manifestata dopo circa un mese di servizio, ed esattamente il 17 giugno, data in cui, secondo me, ha avuto inizio un radicale cambiamento della mia vita.
Potrebbe sembrare un’esagerazione, ma il servizio civile prestato a Radio Stella, piu’ che un dovere, stava diventando una fonte di arricchimento personale, una strada attraverso cui ricercare una nuova dimensione ed un veicolo per raggiungere in breve tempo l’affetto di tanti nuovi amici.
Tornando a me ed Angelo, quel giovedi’ 17 giugno ci baleno’ per la mente un’idea davvero azzeccata: perche’ non animare la radio nella fascia oraria serale? Senza tanti indugi eravamo gia’ al lavoro, immersi in un caotico mare di compact e cassette pronte per essere mandate in onda. Incessantemente abbiamo iniziato a ripetere il numero di telefono con la speranza che ci fosse qualcuno all’ascolto pronto a farsi sentire.
Non ci fu molto da attendere: le chiamate si susseguivano incalzanti l’una dopo l’altra e noi, veramente eccitati, correvamo avanti e indietro per il lungo corridoio che porta all’archivio per cercare i dischi che man mano ci venivano richiesti. Non facevamo nemmeno caso al fiatone che accompagnava le dediche, e il divertimento era veramente notevole. Arrivavano gia’ i primi complimenti; tutto sommato si poteva parlare di un vero successo, considerato il fatto che si trattasse di una “prima volta”. Era nato lo Spazio Dediche.
Dopo alcuni giorni, l’esperimento fu ritentato, ed i consensi non mancarono. Anzi, serata dopo serata, ci illudevamo quasi di essere diventati due personaggi famosi e importanti, soprattutto per l’affetto e la simpatia che ci offrivano le numerose persone che ci telefonavano, in particolare le ragazze.
Proprio queste ultime sono state le vere protagoniste di questo nostro periodo trascorso alla radio. E per me, alcune di loro sono state straordinarie, sia come amiche, sia come personaggi di un sogno ormai indimenticabile.

In una delle ultime sere di giugno, durante lo spazio dediche, squillo’ il telefono: il caso ha voluto che rispondessi io. Era una ragazza, di nome Enrica ed era un po’ preoccupata per la scuola e gli esami di maturita’: voleva ascoltare il tema d’amore dalla colonna sonora del film “Flashdance” e appena le confidai che quel brano piaceva molto anche a me, trovammo subito un’affinita’ che alimento’ la reciproca curiosita’ di conoscere qualche altro aspetto del nostro carattere. Visto che, comunque, non avevamo tanto tempo a disposizione e che la trasmissione doveva proseguire, le chiesi, prima di salutarla, a chi volesse dedicare quella musica. A questo punto, c’e’ da dire che in genere, chi richiedeva una canzone, o la dedicava ad una persona in particolare, oppure la voleva ascoltare per se’. Quindi non e’ difficile immaginare la sorpresa e la gioia che ho provato sentendomi rispondere con quella voce incantevole: “A te”. E devo dire la verita’, per un po’ di giorni mi ero quasi ‘montato’ la testa: comunque, certamente provavo una certa felicita’ e quando mi capitava, riproponevo per radio il brano in questione.

Un venerdi’ sera, ed esattamente il 25 giugno, andammo a mangiare una pizza con tutti i collaboratori della radio e un po’ ci dispiaceva di dover rinunciare alla trasmissione che pian piano prendeva quota.
Il 29 abbiamo stabilito il record di telefonate ricevute: ben trentasette in circa due ore di trasmissione. Non male, se pensiamo che si trattava di un programma nuovo, condotto da non-professionisti e per un’emittente a diffusione regionale! Sembrava veramente una pioggia di squilli preceduti dai lampi della lampadina rossa che segnalava le chiamate in arrivo… Ormai non facevamo che ripetere la frase: “Stella, buonasera”, e trovavamo una voce sempre diversa dall’altra parte del filo: tutti giovanissimi, comunque.
Arrivo’ quindi il primo luglio, e tra i messaggi piu’ simpatici, uno diceva: “
Siamo meglio noi di Angelo e Luciano“. Eravamo diventati quasi un mito!
Risposi all’ennesima telefonata: era una certa Irene di quindici anni e mi disse che il giorno precedente aveva festeggiato il compleanno; richiese una canzone e mi prego’ di inventarmi una dedica simpatica per il “suo” Luigi che aveva la mania di apparire come un “fusto” tutto muscoli. Oltre a farle gli scontati auguri in diretta, parlai un po’ del fusto e del “fustino”, tanto per fare lo spiritoso…
Intanto la trasmissione continuava, tra le corse affannose in archivio, le telefonate e le immancabili battute; ma il bello doveva ancora iniziare. Non potevo prevedere che di li’ a poco tutto avrebbe assunto una veste diversa, meravigliosamente fantastica.
Fu cosi’ che ad un certo punto, Angelo mi avverti’ che ci sarebbe stata una sorpresa: Valeria e Irene ci dedicavano “Amici mai” di Venditti con il messaggio: “Siete dolcissimi e vi vogliamo bene” in diretta telefonica.
Veramente non ce lo saremmo mai aspettato! E a dire il vero, non potevamo non prendere di buon occhio queste due simpatiche ragazze alle quali gia’ ci stavamo affezionando. In realta’, prima l’una, poi l’altra, di tanto in tanto continuavano a telefonarci anche al di fuori dello “spazio dediche”, benche’ spesso confondessimo le loro voci.
Una sera Irene addirittura ci chiamo’ dal telefonino mentre rientrava da un viaggio con i genitori…

Il 3 luglio, in un tranquillo e caldo sabato pomeriggio, me ne andai un po’ in giro per la citta’ con la macchina, avvolto da un piacevole senso di benessere misto ad una spensieratezza sorprendente. Sembrava che dovessi varcare la soglia di una porta che dava l’accesso ad un periodo di felicita’.
Giunta la sera, da una cabina telefonica decisi di chiamare Angelo alla radio (cosa inconsueta per me) per sentire se ci fosse stata qualche novita’.
Effettivamente non mi ero sbagliato: aveva telefonato Irene per lasciarci il numero di casa, chiedendoci di richiamarla quando volevamo. Imparai subito quel numero a memoria, anche perche’ non avevo niente per poterlo annotare; salutai il mio amico e tornai a casa.
Non ebbi alcuna fretta ed aspettai che il sabato terminasse cosi’.

La principessa dei miei sogni

La principessa dei miei sogni

di Luciano Lombardi

La vidi per la prima volta una settimana fa. Ero in chiesa, come sempre, in fondo, vicino all’uscita: notai alla mia sinistra, a qualche metro di distanza, quella splendida ragazza dai lunghi capelli chiari, fine ed elegante.
Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Possibile che una ragazza cosi’ bella non avesse un ragazzo al proprio fianco? L’avro’ vista altre volte? Non saprei. L’unica certezza e’ che il mio cuore era piacevolmente distratto da quella presenza.
Deve essere dolce come una principessa: bastava guardarla mentre con eleganza si aggiustava i capelli; e quando il suo sguardo per caso incrociava il mio, mi sembrava di affacciarmi sulla soglia dell’infinito.
Aspettavo con ansia il momento dello scambio del segno di pace: purtroppo per me, ad un tratto, tra lei e me si inserirono altre persone e cio’ m’impedi’ di stringere la sua mano. Avrei voluto parlarle, desideravo ascoltare la sua voce, ma in certi momenti ci si sente talmente piccoli che un gesto del genere sembrava un’impresa.
E la domenica fini’ cosi’, col pensiero di lei e con l’impressione di aver perso qualcosa di veramente prezioso…
Questa sera, esattamente come sette giorni fa, ci siamo ritrovati, come per magia, alla stessa ora, allo stesso posto. Il mio cuore batteva piu’ velocemente. Lei sembrava spiare le mie mosse e spesso capitava che il mio sguardo venisse colto in flagrante. Avevo paura che il mio forte desiderio di ammirare i suoi splendidi lineamenti potesse infastidirla; eppure, ogni tanto, avevo l’impressione che anche lei si voltasse verso di me. Certamente stavo sognando, ma era bello lo stesso.
Anche questa sera aspettavo con emozione lo scambio della pace. Questa volta non c’era nessuno tra noi. Pochi istanti prima, mi sembrava che dovesse succedere un evento straordinario: probabilmente stavo tremando.
Quando e’ arrivato il momento magico, mi sono voltato verso di lei, emozionatissimo, porgendole la mia mano: lei si e’ avvicinata a me con un sorriso. La sua mano era nella mia e i miei occhi nei suoi.
Sembrava che entrambi volessimo prolungare quel momento… Certe cose pero’, accadono solo nelle favole.
E’ stato il nostro primo “incontro”. Come dare un seguito a quei momenti? Come potevo farle capire che qualcosa di straordinario faceva vibrare le corde del mio cuore?
Negli istanti immediatamente successivi, credevo che mi scrutasse con piu’ insistenza: mi sentivo osservato piu’ del dovuto, e cio’ alimentava la mia timidezza.
Avevo deciso che al termine della messa avrei provato a dirle qualcosa: ma sentivo che sarebbe stato piu’ difficile che scalare una pericolosa vetta.
Lei usci’ un attimo prima di me e mentre scendevamo le scale, quasi fianco a fianco, studiavo il modo per poter iniziare una conversazione senza fare brutte figure.
Si fermo’ un po’ piu’ avanti, come se volesse aspettare qualcuno: mi ricordai che anche una settimana fa fece la stessa cosa. Capii che non era la situazione migliore per me e mi avviai da solo verso la macchina.
Avvertivo un sottile brivido percorrermi la schiena. La malinconia della domenica sera stava calando come una pioggia d’autunno. Passo dopo passo sentivo nascere in me un’inspiegabile tristezza. Lo sguardo di lei era impresso nei miei pensieri: credevo di aver perso ancora una volta una grande occasione. Mi sentivo come uno che ha appena detto “addio” alla propria amata. Riusciro’ mai a confidarle questi miei segreti, o a conquistare uno spicchio del suo cuore?
Sara’ uno scherzo dell’Amore?

Weekend con Chiara

Weekend con Chiara

di Luciano Lombardi

Erano passati tanti mesi dal loro primo dialogo in Internet. Finalmente arrivo’ il momento dell’incontro, tanto atteso e desiderato: un intero fine settimana da trascorrere insieme.
Gia’ da diversi giorni Luca inizio’ a respirare quell’impazienza che era ricorrente ai tempi del liceo, prima di una gita scolastica: un evento che veniva preparato con un’attesa emozionante e con il cuore sognante. In fondo, come spesso accade, la lunga attesa alimenta la fantasia e rende l’evento stesso ancora piu’ bello.
Nell’amicizia con Chiara, iniziata quasi per gioco con uno scambio di messaggi in rete, tutto era bello; ma la loro corrispondenza, i loro pensieri, le loro chiacchierate al telefono avevano bisogno di trovare realizzazione completa necessariamente con un incontro “dal vivo”.
Proprio lui, che in passato non avrebbe mai preso seriamente l’idea di un’amicizia virtuale, si trovo’ ad emozionarsi e ad essere felice grazie ad una creatura che aveva annientato col suo immenso calore la freddezza della rete telematica.
E poi era fiero di lei: l’ammirava per essere rimasta incorrotta dopo il suo passato difficile. Ormai non c’erano dubbi: si volevano veramente bene…
Il sabato mattina Luca era ancora indaffarato ad incartare gli ultimi regalini che le aveva preparato e l’emozione era salita alle stelle.
Inizio’ il viaggio in macchina con le note tratte dalla colonna sonora del loro film preferito. Il pensiero di lei era costante e piacevole: l’aveva definita “il suo angelo custode” tanto era presente in ogni cosa facesse.
Durante il percorso gli tornavano alla mente i loro aneddoti, le frasi piu’ originali, molti ricordi… Volava verso di lei come verso un sogno e dopo tanta attesa percepiva la consapevolezza che quel momento era sempre piu’ vicino.
A pochi chilometri da Cesena si fermo’ ad un distributore di benzina per fare rifornimento. Squillo’ il cellulare di Luca.
Era lei: voleva sapere dove si trovasse; egli provo’ la strana sensazione di sentirla per la prima volta vicina a tal punto che l’emozione si confondeva con una scoppiettante euforia. Acquisiva la consapevolezza che il mondo intorno a se’ stava passando in secondo piano, le voci della gente erano quasi attenuate misteriosamente come in una dissolvenza cinematografica e i contorni delle cose parevano offuscate dall’importanza di quel momento…
Non riusci’ a trovare subito il punto d’incontro che le aveva indicato: le telefono’ e lei gli suggeri’ di vedersi all’uscita del casello autostradale. Dopo pochi minuti fu li’ e si accodo’ alla fila di macchine che procedeva lentamente.
Quegli ultimi istanti che lo separavano da lei sembravano interminabili piu’ dei chilometri che aveva percorso.
C’era un caldo sole e sentiva dentro di se’ una felicita’ misteriosa, una sensazione di benessere misto a curiosita’. Iniziava ad immaginare come sarebbe stato il loro primo sguardo, quali parole avrebbero rotto il ghiaccio… Sarebbe cambiato qualcosa? Si sarebbe sciolto l’incantesimo? Era sicuro di no, il bene era troppo grande…
Supero’ il casello e avanzo’ lentamente alla ricerca della sua macchina. La scorse da lontano e fece un cenno con la mano.
Si abbracciarono, come sogno’ da innumerevoli giorni: finalmente quella voce, quelle parole, quei pensieri, quel calore e quella dolcezza erano concretamente davanti a lui, tra le sue braccia…
Era talmente felice che non ebbe il tempo di sperare che Chiara non restasse delusa. Il suo sorriso lo rassicuro’ presto: aveva il sole nel proprio cuore e davanti agli occhi. Quel mare di dolcezza, di sensibilita’ e generosita’ avevano preso forma dopo parecchio tempo.
S’incamminarono verso casa, ognuno con la propria macchina. Il secondo abbraccio, piu’ lungo e sereno, fu piu’ emozionante del primo: fu come quello che scaturisce dopo un lungo distacco.
Luca credeva che dopo il primo incontro, qualcosa potesse ridimensionarsi, che quell’alone di magica leggiadria che Chiara gli aveva fatto sempre immaginare potesse in qualche modo subire un lieve cambiamento. Invece, almeno da parte di lui, fu proprio il contrario.
Entrarono in casa e i minuti che passavano incrementavano quel senso di familiarita’ che ormai toglieva il posto all’imbarazzo iniziale.
Chiara gli mostro’ subito il suo mondo, le sue cose, il computer tanto caro…
Ancor prima che potesse trovare l’occasione per prenderle i regalini, fu preceduto ricevendo nelle sue mani uno splendido pesce di peluche: non sapeva se fosse piu’ simpatico il musetto di quel pupazzo tenerissimo o lo sguardo vispo e dolce della “sua” Chiara; in quel momento capi’ l’origine del nomignolo “Pesciolino” col quale lei si rivolgeva a lui negli ultimi tempi.
Era felice nel vederla scartare i pacchetti che le aveva portato: di tanto in tanto Luca estraeva dalla propria tasca un bigliettino con un pensiero, una frase carina, una dedica… e lei non faceva altro che ridere divertita e sorpresa, regalandogli ogni volta baci graditissimi…
Andarono a pranzo a Rimini con la macchina nuova di Chiara.
Inizio’ a raccontargli di se’ e del nuovo lavoro, mentre il paesaggio intorno scorreva.
Il cuore del ragazzo viveva un’emozione inaspettata: quella ragazza che per tanti mesi aveva immaginato grazie alle parole, alle foto, ai racconti e alle confidenze, era davvero splendida, molto piu’ di quanto egli potesse prevedere. Chissa’, invece, che impressione le avesse fatto lui…
Era talmente coinvolto ed emozionato, che al termine del pranzo rimase come uno stupido nello scoprire che aveva gia’ pagato lei, approfittando della sua perenne ingenuita’. Per un attimo si mortifico’: oltre al debito derivante dalla fortuna di aver incontrato un tesoro del genere, doveva sopportare anche questo “scherzo”.
Dopo pranzo se ne andarono a spasso con la macchina.
Chiara propose di andare a fare un giro all’Ipermercato: volevano regalarsi a vicenda un portachiavi-ricordo. Fu divertentissimo, perche’ lei non riusciva a ricordarsi la strada: chiese indicazioni a piu’ persone, ma alla fine tornavano sempre allo stesso punto. Si preoccupava della presunta “brutta figura”, mentre non si rendeva conto che lo conquistava sempre di piu’ con quella sua spontaneita’, quel sorriso candido e quello sguardo che non puo’ essere descritto semplicemente a parole.
Mentre passeggiavano tra la gente, alla ricerca dei portachiavi, stringeva a se’ l’orsacchiotto di peluche che Luca le aveva regalato: il gesto era cosi’ spontaneamente pieno d’amore, che sembrava quasi che l’abbraccio fosse diretto a lui.
Scelsero i portachiavi, l’uno di nascosto dall’altra e, usciti dal negozio, se li scambiarono.
Luca si emozionava nel vederla felice cosi’… La sua proverbiale dolcezza gli regalava l’incanto di un sogno nel quale erano entrambi protagonisti.
Si avviarono verso casa e si trattennero li’ per un po’, ascoltando musica e chiacchierando fino all’ora di cena. Chiara scrisse anche un bigliettino di ringraziamento per i regali che aveva ricevuto; e per la prima volta pote’ scoprire la sua calligrafia: che gioia, leggere quelle belle parole che testimoniavano il suo piacere di averlo li’ con se’.
La ragazza si allontano’ per andare a lavarsi i capelli ed egli ne approfitto’ per scriverle una lettera al computer, dove esprimeva “a caldo” tutte le proprie emozioni, le sue ottime impressioni dopo il loro incontro, la felicita’ per aver conosciuto una persona cosi’ speciale.
Ad un certo momento la ragazza disse che voleva dedicare qualche minuto alla ricerca di amici collegati on-line e scambiare messaggi con loro. Luca era contento che la sua presenza le donasse quella serena spensieratezza: ogni tanto Chiara sceglieva una canzone da ascoltare e la dedicava a Luca.
Si sedette qualche istante sul divano per lasciarla scrivere piu’ tranquillamente. Probabilmente egli divento’ un po’ silenzioso e riflessivo a causa di quelle continue emozioni; sara’ stato anche per questo che Chiara si dedico’ un po’ di piu’ agli amici di Internet, ridendo di tanto in tanto a seguito di alcuni messaggi e scrivendo con divertimento ai nuovi ragazzi che man mano si mettevano in contatto con lei per la prima volta.
Il ragazzo sentiva un brivido di tristezza percorrergli la schiena: come poteva dirle che, inspiegabilmente, era geloso di quegli “estranei”, di quelle attenzioni che credeva gli sottraesse? Come poteva giustificare la presunzione di volerle bene piu’ di tutti i suoi amici messi insieme? Con quale diritto poteva sperare che in sua presenza non le telefonasse nessuno? Non era nel suo stile una posizione del genere, ne’ tanto meno la circostanza poteva sostenerla.
Ben presto tutto passo’ e uscirono con la macchina per andare a cena. Chiara si diverti’ parecchio perche’ a sorpresa Luca estrasse altri bigliettini con dediche e pensieri.
Fu contento del fatto che rifiuto’ l’invito di alcuni amici per stare sola con lui. Dopo cena decisero di andare in un pub. Quando entrarono, il ragazzo noto’ che il clima che si respirava e la musica assordante sembrava piu’ tipico di una discoteca che di un pub. Un po’ rimase perplesso: sapeva di averle detto che non gli piaceva quel tipo di divertimenti. Chiara fece intendere che avrebbe gradito ballare un po’, ma Luca non la assecondo’, pur invitandola a farlo anche senza di lui… Forse l’avra’ delusa e in fondo gli dispiaceva molto di non poterla accontentare, ma era cosi’ incantato da quel turbinio di emozioni, che aveva bisogno di prendere coscienza del mondo intorno a se’, con tranquillita’.
Al ritorno a casa, si sedettero sul divano, a lume di candela: c’era la musica in sottofondo. Chiacchierarono piacevolmente per un po’.
Si trovarono a fianco a fianco, tenendosi teneramente per mano. Sembrava di essere in Paradiso. Luca rifletteva sul fatto che spesso la vita ci regala bei momenti e siamo contenti. In altri casi si tratta di qualcosa di ben piu’ grande, a volte incommensurabile: siamo felici. Cosi’ si sentiva il ragazzo in quello scenario da sogno: il lieve vento fresco che giungeva dalla finestra faceva ondeggiare quella fiammella disegnando ombre luminose in tutta la stanza e, contemporaneamente, gli portava un brivido indimenticabile di immensita’. Non c’erano parole da pronunciare, non c’erano racconti da narrare, non c’erano spiegazioni da dare: il cuore parla da se’.
Ad un tratto senti’ la testa di lei poggiarsi delicatamente sulla sua spalla e le braccia cercare dolcemente le sue… Inizio’ la loro musica: “Isole” di Rondo’ Veneziano. Non c’era altro al mondo in quel momento: tutto cio’ che aveva desiderato per tanto tempo si stava realizzando. Chiara era li’ con lui e quelle note suggellavano quella scena per l’eternita’: le diede un bacio sulla fronte ed ebbe l’impressione che gli sorrise. Non era una semplice amicizia, non era amore, ma qualcosa di piu’ grande e puro, qualcosa di inspiegabile.
La mattina seguente Luca si alzo’ presto: aveva il cuore pieno di emozioni. Lei dormiva ancora. In attesa del suo risveglio, ascoltava il cd che l’aveva accompagnato durante il viaggio, e che ormai stava diventando la colonna sonora di quel week-end; quella musica era la voce di Chiara, quelle note il riflesso dei suoi occhi… I dolci suoni che guidavano il sorgere del sole erano l’eco delle sue parole e il ritratto del suo sorriso.
Era nella stanza a fianco e gia’ sentiva la sua mancanza: benche’ fosse felice, respirava gia’ aria di malinconia, quella stessa che lo accompagnava durante le gite scolastiche quando, mentre tutti si divertivano, si trovava sul pullman a guardare il paesaggio dal finestrino, con gli occhi lucidi, senza apparente motivo.
In tarda mattinata uscirono un po’. Chiara gli fece conoscere il suo dottore-amico che la aiutava a proseguire il corso delle sue cure. Quando egli lo invito’ a non lasciare mai Chiara da sola, il ragazzo, sentendosi orgogliosamente investito di una importante responsabilita’, replico’ che per lui era impensabile “abbandonare” un fiore come lei: e la ammirava mentre giocava con il figlioletto del dottore.
Proseguirono la passeggiata e pensarono che sarebbe stato bello vedere insieme il loro film preferito a casa.
Dopo pranzo, decisero di cercare una macchina per foto-tessera, affinche’ potessero avere un ricordo l’uno dell’altra: il risultato non fu dei migliori; il desiderio di pretendere di apparire insieme in una foto-tessera regalo’ loro parecchie risate, visto che nessuno dei due riusci’ ad essere immortalato decentemente!
Tornarono a casa con la videocassetta. A Luca piaceva osservarla quando accompagnava la musica del film con il gesto ondeggiante della mano.
Dopo una ventina di minuti, Chiara si addormento’ candidamente: Luca non se la sentiva proprio di svegliarla, nemmeno quando arrivo’ la scena piu’ bella. Dormiva saporitamente in quel pomeriggio di sole che stava lentamente volgendo al termine, portando con se’ tutto l’incantesimo del week-end.
La ammirava, mentre teneva stretto a se’ l’orsacchiotto di peluche. Si sentiva lusingato per il fatto che avesse avuto fiducia in lui e l’avesse ospitato tranquillamente a casa sua. Gli dispiaceva un po’ di non poter condividere quelle ultime emozioni con lei, ma preferiva farla riposare: se lo meritava.
Si sveglio’ a meta’ film, e il ragazzo le propose di rivedere la scena tanto cara ad entrambi: ma ben presto crollo’ di nuovo nel sonno. Non si accorse nemmeno dello squillo che qualcuno le fece al cellulare.
Ci fu solo il tempo di gustare insieme, mano nella mano, la scena finale del film, con il crescendo musicale strappalacrime.
Quando apparve la scritta “Fine”, con i brividi Luca aveva capito che anche la sua favola era giunta al termine. Era ora di prendere la strada del ritorno.
Scorrevano i titoli di coda e rivedeva, come in un flashback, tutti i momenti piu’ belli di quella piccola storia. Gli sembrava che una musica silenziosa provenisse dal suo cuore. Si abbracciarono, come il giorno precedente; promisero di rivedersi presto.
Troppa felicita’ fa male… Luca lascio’ lentamente alle sue spalle quella splendida fiaba, mentre il tramonto avanzava con la malinconia della domenica sera, la stessa della sua infanzia, di ritorno dalle gite scolastiche.
Sentiva il cuore oppresso da un pesantissimo vuoto, un senso incredibile di improvvisa solitudine, una tristezza irreparabile, una nostalgia senza tregua.
Quello stato d’animo lo accompagno’ per tutto il viaggio di ritorno e durante il giorno seguente. C’era ancora l’eco di quella musica, di quegli occhi, di quei sorrisi, di quelle mani… Ma entrambi sapevano che il sole restera’ per sempre, nel cuore.