Un anno alla radio

Cap. V

Nonostante tutto, l’assenza di Irene cominciava a gravare sui miei pensieri in modo notevole, e in ogni mia azione mi sentivo incompleto, privo di quello spirito di serenita’ che aveva caratterizzato i primi giorni dell’estate. Da un momento all’altro mi sarei aspettato una sua telefonata, ed ogni orario poteva essere quello giusto. Fu cosi’ che iniziai a privarmi di qualsiasi occasione per uscire ed allontanarmi dalla radio. Molte volte mi avrebbe fatto bene una passeggiata, una boccata d’aria tonificante, una breve evasione in macchina. Eppure qualcosa mi teneva legato, come se la coscienza mi rimproverasse un’eventuale mancanza di fiducia nei confronti di quella ragazza che tanto mi aveva regalato.
Nel mio diario, al 25 luglio c’e’ scritto:
“Domenica in attesa di notizie dall’Elba”. Fu una giornata tanto lunga quanto noiosa. Avrei potuto fare un migliaio di cose invece di starmene rintanato nei locali della radio. Eppure sentivo che molto presto avrei risentito la sua voce e per nessun motivo potevo farmi sfuggire l’occasione. Al termine della giornata, mi assentai per una mezz’ora: al rientro, mi riferirono che una ragazza aveva telefonato. In seguito scoprii che era Lei! E’ vero, in altre circostanze ero stato davvero fortunato e non potevo quindi pretendere troppo. Ma cio’ che stavo passando era comunque una sofferenza senza tregua: attendere invano per ore e giorni interi la persona cui si tiene di piu’ e non sapere nulla di lei…
Il giorno dopo, nel pomeriggio decisi di uscire per respirare una boccata d’aria e per distrarmi un po’. Al mio ritorno, appresi che Irene aveva telefonato e che tra le altre cose, aveva raccontato di aver avuto un incidente con il motorino che le aveva comportato l’ingessatura di un braccio. Non sto qui ad esprimere la rabbia che provai nei miei confronti per non essermi fatto trovare… Allo stesso tempo ero in apprensione per le sue condizioni di salute, anche se mi avevano assicurato che avrebbe richiamato presto.
Finalmente il 30 riuscimmo a sentirci: per fortuna, l’incidente in cui era occorsa, non ebbe alcuna conseguenza e provai un sospirato sollievo; mi lascio’ il numero telefonico presso il quale potevo rintracciarla e mi invito’ a richiamarla quanto prima perche’ aveva qualcosa da dirmi. Io, senza sapere nulla, fantasticai un po’ e gia’ immaginavo che si trattasse di belle notizie, anche perche’ inerenti alla lettera che le avevo spedito in precedenza. Il mio umore sali’ alle stelle, e mi parve di essere l’uomo che dovesse ricevere la notizia piu’ bella di questo mondo.
Quando la chiamai, le cose andarono diversamente: ed a proposito della lettera, mi disse che in qualche punto avevo esagerato ed avevo corso troppo con la fantasia. Fu una cosa terribile per me e intesi quelle parole come se volessero dire
: “Lascia stare e non ti illudere perche’ non la penso come te”… Non ebbi piu’ fiato per parlare. Quella voce che per infiniti giorni avevo amato e desiderato si trasformo’ in un coltello freddo che mi trapasso’ l’anima. Avevo la nausea di tutto cio’ che era intorno a me e le persone che mi circondavano erano diventate all’improvviso tante presenze indesiderate. Non mi riconoscevo piu’ e mi sentivo vuoto, svuotato. E pian piano cominciava a nascere in me un dolore. Stavo per annegare in quella terribile delusione che mi piombo’ sopra senza pieta’. Mi vergognai di me stesso ed in un baleno passarono davanti ai miei occhi le mille immagini di Lei che avevo accumulato in me con la fantasia. Mi sembro’ che quella fine cosi’ terribile coincidesse con la fine della mia vita; non ero capace ci crearmi ne’ uno stimolo, ne’ una ragione valida per cercare di tirarmi su. D’altronde, in quel sogno, avevo riposto tutto me stesso. Fu proprio una doccia fredda, cosi’ come appuntai sulla mia agenda, senza aggiungere altro. Con un sospiro avrei voluto dimenticare tutto, ma sarebbe stato troppo bello:

Anche oggi
una soffocante mestizia…
Tanto bella l’incertezza, prima,
quanto pungente la delusione, dopo.
Povero me,
sempre in bilico tra sogno e illusione,
imprudente,
credendo di cadere indenne.
A volte,
sarebbe meglio non immaginare la felicita’,
per non precipitare con la fantasia
oltre le sue spalle
e raccogliere briciole di inutilita’.

I giorni seguenti, cosi’ come il mio compleanno, passarono pesanti, pieni di pessimismo e desolazione incurabili. Mi rendevo conto di comportarmi freddamente con tutti, come se il mio prossimo dovesse soffrire e condividere con me la mia pena. In certi momenti capivo di non riuscire a mascherare bene le mie vicissitudini interiori e preferivo la solitudine ad ogni possibile sguardo imbarazzante. Anche lo spazio dediche per me non era piu’ come una volta… E pensare che proprio grazie alle dirette serali, avevo conosciuto la mia felicita’; ora non mi restava altro che un triste ricordo. Ormai ero distrutto dai miei stessi pensieri e nel cuore speravo che col passare del tempo le cose migliorassero: ma aspettare invano per giorni e giorni una sua telefonata mi stava stremando lentamente. Nonostante tutto, continuavo a rinunciare al mio tempo libero e non mi allontanavo quasi mai dalla radio.
Un giorno arrivo’ una cartolina scritta da Lei e Valeria: come messaggio c’era solo il testo completo di una mia canzone che avevano imparata a memoria: “Con l’amore”. Cosa voleva dire?
Nel frattempo, quel silenzio assordante, causato dalla sua assenza e dall’estate solitaria della citta’, mi spinsero a muovere un passo in avanti, forse l’ultimo, quello definitivo: decisi di scriverle qualcosa in forma anonima e dattiloscritta, in modo che lei capisse chi fosse il mittente, inequivocabilmente, solo dopo averne letto il contenuto:

TROPPO PER ME

Hai iniziato tu, per gioco
con la sola voce a farmi sognare.
Io non volevo, ma hai vinto tu
con la presenza quotidiana, confidenze
e complimenti.
Stavi bene con me: era strano, dicevi,
forse ingannata dalla fantasia
che ti ha disegnato la mia immagine
dietro quella “maschera” che ti ha fatta fuggire
sull’isola in fiamme:
il mio cuore.
Quel gesso che ti stringeva il braccio
ero io, consumato dall’attesa di cullarmi
nella tenerezza delle tue parole.
Invece tu mi avevi gia’ dimenticato,
forse ammaliata da un pittore cieco che,
con i riflessi sbiaditi del destino
ha plasmato nelle mie mani
l’eco del nostro sentimento,
negandomi la possibilita’
di essere la tua “terza volta”.
Non capivo che “stavi scherzando”
e m’illudevo di essere un’anima eletta
alla corte del tuo regno di felicita’.
E mi chiedo
se sia stato un bene
o un male
averti incontrata.
Forse vorrei che tornassi ad essere
solo una voce, solo una visione,
una lontananza irraggiungibile…
Gioverebbe a qualcosa?
Potrebbe asciugare
le ferite procuratemi
nell’abbracciare questo sogno,
spine di tristezza?
E ora mi sforzo a cercare
difetti che non hai…
Ma e’ giusto cosi’:
tu sei troppo bella
per uno come me,
troppo piccola e matura,
troppo dolce e sensibile,
troppo vivace e spensierata…
Tu sei troppo,
per me.
E io,
nulla,
per te.

Oltre ad essere uno sfogo, questo brano inconsciamente mirava a far nascere in Lei una sorta di pieta’ e tenerezza nei miei confronti, grazie alle quali, dal mio punto di vista, avrebbe dovuto commuoversi, tanto almeno, da comprendere il mio stato d’animo e nutrire un po’ di riconoscenza. In realta’ speravo di non risentirla piuttosto che ascoltare frasi di circostanza che avrebbero soltanto aggravato la mia pena: per me, alla fine, le cose sarebbero rimaste immutate, con o senza ringraziamenti e chiacchiere.

E intanto l’estate era nel suo massimo splendore. Per fortuna c’era Sonia a riempire parzialmente i vuoti delle mie giornate. Le volevo molto bene e anche lei dimostrava un sincero e intenso affetto per me. Quasi pensavo che non ci fosse piu’ bisogno di rivolgere l’attenzione ad altre ragazze, viste le emozioni, benche’ unicamente “telefoniche”, che ci legavano gia’ da diverso tempo. In particolare, dicevo, non mi conveniva perdere tempo con chi mi riservava quasi esclusivamente sofferenze. Giorno dopo giorno, il sogno di Irene stava per essere soppiantato dalla realta’ di Sonia, anche se era praticamente impossibile: ma a volte bisogna convincersi anche dell’assurdo per poter avere consapevolezza di una condizione inaccettabile e farsene una ragione.

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